"Forse"

"Forse" è la parola chiave, la parola magica che dona libertà di pensiero e di espressione. "Forse" è la parola madre di tutte le ipotesi, lo scopo di questo Blog è quello di non dare nulla per scontato per creare nuovi punti di vista ed essere promotore di nuove visioni di quel che generalmente consideriamo "realtà". Non dimenticate di partecipare ai sondaggi siamo interessati alle vostre opinioni. In Fondo alla Pagina inoltre potete Godere della TUTTI I FORSE TV la web TV d'intrattenimento e d'approfondimento dei temi trattati senza comunque mai trascurare gli argomenti più scientifici sostenuti da dati empirici, quindi sedetevi e Libero sfogo alla propria immaginazione ed al proprio intelletto!







martedì 28 settembre 2010

La Legge di Murphy

La Legge di Murphy è un insieme di detti popolari nella cultura occidentale, a carattere ironico e caricaturale. Si possono idealmente riassumere nel primo assioma, che è in realtà la "Legge di Murphy" vera e propria, che ha dato il titolo a tutto il pensiero "murphologico":
« Se qualcosa può andar male, lo farà. »

Il fortunato autore e stilatore della summa sulla "murphologia" è Arthur Bloch.
Si tratta di un compendio di frasi umoristiche il cui intento è essenzialmente quello di deridere ogni negatività che il quotidiano propone. Il meccanismo è ogni volta lo stesso: immagini e scenette frustranti, nelle quali è facile per molti ritrovarsi, vengono descritte da Bloch con frasi didascaliche, confezionate spesso e volentieri in forma statistico-matematica, così da liberare il vissuto dal contingente, dal personale, e donargli un adito di "validità universale", nei fatti tuttavia inesistente.
Il primo postulatore della legge fu l'ingegnere dell'Aereonautica statunitense Edward Murphy
Edward Murphy era uno degli ingegneri degli esperimenti con razzo-su-rotaia compiuti dalla US Air Force nel 1949 per verificare la tolleranza del corpo umano alle violente accelerazioni. Un esperimento prevedeva un gruppo di 16 accelerometri montati su diverse parti del corpo del soggetto. Erano possibili due modi in cui ciascun sensore poteva essere agganciato al suo supporto, e metodicamente i tecnici li montavano tutti e 16 nella maniera sbagliata.
Murphy pronunciò la sua storica frase,
« se ci sono due o più modi di fare una cosa,
e uno di questi modi può condurre ad una catastrofe,
allora qualcuno la farà in quel modo. 
»

L'assioma di Murphy, in senso stretto e in questa formulazione presunta originale, riassume intuitivamente un fatto statistico-matematico noto a chiunque abbia a che fare, ad esempio, con la prevenzione e la sicurezza e cioè: per quanto sia improbabile che si verifichi un certo evento, entro un numero elevato (concettualmente tendente all'infinito) di occasioni questo finirà per verificarsi sicuramente.
Pertanto queste leggi sono affermazioni caricaturali sulla realtà, che distorcono tanto la reale frequenza o probabilità di un fatto (dichiarandolo più probabile di quanto non sia veramente), tanto le valutazioni preventive operabili sul fatto stesso (confondendo la sgradevolezza e l'indesiderabilità di un fatto con la sua probabilità, che viene presunta essere bassa in modo del tutto ingiustificato).
Un esempio di applicazione alla realtà domestica è:
« La probabilità che una fetta di pane imburrata cada dalla parte del burro verso il basso su un tappeto nuovo è proporzionale al valore di quel tappeto. »

Una sua riformulazione in termini pseudoscientifici è il Paradosso del gatto imburrato:
« Se è vero che una fetta di pane cade sempre dal lato imburrato e che un gatto cade sempre in piedi, lasciando cadere un gatto con una fetta di pane sulla schiena nessuno dei due cadrà mai per primo e si avrà il moto perpetuo. »

Esiste anche una versione ispirata alla meccanica quantistica della legge di Murphy:
« Tutto va male contemporaneamente. »

Altra curiosa versione della "legge di Murphy" è rappresentata dalla cosiddetta Legge di Gumperson, che pretende di spiegare come funzionino fortuna e sfortuna:
« Le probabilità che qualcosa accada sono inversamente proporzionali alla sua desiderabilità. »

Sviluppo sulla legge di Murphy:
  • Se tutto è andato bene, evidentemente qualcosa non ha funzionato.
  • Non è vero che: non tutto il male viene per nuocere; non solo, ma anche il bene, qualora si manifestasse, viene per nuocere.
  • Tutto è perfetto, tranne il consorzio umano.
  • Anche agli animali le cose non vanno bene quando entrano in contatto con l'uomo, non fosse altro che solamente attraverso la videocamera per essere ripresi.
  • Chi bene incomincia, è a metà dell'opera, destinata a finire male.
  • Il sonno è un intervallo tra una sconfitta e l'altra, sempreché non sia popolato da incubi.
  • Quando si mangia con gusto, ci si morde.
  • Le esperienze fallimentari passate, non rendono più saggi e accorti, solamente più rintronati.
  • A meno che la giovinezza non sia una condizione permanente, il futuro è dei vecchi.
  • Quando si applica una procedura di miglioramento o mantenimento di uno "status quo" soddisfacente, si tratta di un errore di metodo, che posticiperà solamente l'avvento della catastrofe, aumentandone la forza devastatrice.

·         Quando piove, diluvia.  

sabato 25 settembre 2010

Paradosso del Bene e del Male

Enunciato: Essendo Dio "infinitamente buono" o puro bene, non potrà mai causare o essere il male; essendo Dio "onnipresente" è presente in ogni cosa, in ogni momento, e in ogni luogo; essendo dio "onnipotente" può vincere contro ogni forza antagonista.
Paradosso: Assumendo l'esistenza del male in senso cristiano, o Dio non è onnipresente (altrimenti il diavolo sarebbe una sua parte), o Dio non è onnipotente (in quanto il diavolo esiste), o Dio non è infinitamente buono (poiché il diavolo sarebbe una creazione di Dio).
Il paradosso - o questione dell'esistenza del Male - si può enunciare anche come la contraddizione stretta tra due soli principi: quello di onnipotenza e di bontà di Dio, senza attribuire alcuna rilevanza alla questione della "presenza". In tal caso la contraddizione ha solo due termini. Il diavolo (o il male) e Dio vengono così presi in considerazione solo in quanto "princìpi causali" indipendentemente da altre loro eventuali caratteristiche.
In quest'ultimo caso le considerazioni o confutazioni centrate sulla questione della "onnipresenza" non sono valide.
Una proposta di confutazione comune di questo paradosso riguarda la definizione del "male". L'obiezione più frequente è che il male è legato al "libero arbitrio" e non sarebbe possibile senza questo. Il libero arbitrio sarebbe la proprietà per cui la volontà di certe creature dipende solo da sé stessa, e non da dio. È facile riconoscere in questa idea una riformulazione del paradosso stesso piuttosto che una vera risposta. In senso logico causale, infatti: 1) Ha un significato affermare che una cosa, benché creata da dio, in nessun modo dipende da dio? 2) Il fatto di creare un essere dotato di capacità intrinseca di fare il male, e che quindi potrebbe dannarsi, non potrebbe essere di per sé essere già considerata una azione malvagia? (In quanto deliberatamente pericolosa e gratuita).
In generale: il libero arbitrio è il concetto che viene più spesso portato a confutazione del paradosso, ma questo stesso concetto è opinabile e paradossale. L'idea che il "libero arbitrio" esista, o che la sua esistenza sia "buona", costituiscono assiomi indimostrabili, e non sono accettati da tutti.
Infine, si osserva che la definizione di "male" dovrebbe essere consistente con la pratica (per esempio, tutti cercano di curare le malattie o di difendersi dalle catastrofi naturali, non considerano "male" solo le azioni prodotte da esseri umani) perciò è comunque difficile trovare una definizione di "male" che racchiude solo cose generate dal libero arbitrio, tralasciando per esempio il caso o la natura, che si assume creata da dio stesso, e mantenere allo stesso tempo una coerenza di discorso.

Possibili confutazioni

Relative all'onnipresenza di dio. L'onnipresenza di dio non limita la sua dimensione all'universo: un dio potrebbe esistere in un numero maggiore di dimensioni spaziali rispetto all'universo e quindi essere onnipresente senza che il Diavolo ne sia una sua parte.  Inoltre non è detto che dio sia onnipresente; ad esempio nel cristianesimo dio è inteso come omni-agente, ma non onnipresente, cioè la creazione non è parte di dio.
Relative all'esistenza o definizione di male. Un altro problema del paradosso è la definizione di male: supponendo come definizione di male il risultato delle azioni delle creature (comprendendo sia l'uomo che il diavolo) dirette contro Dio, allora Dio non è responsabile del male, bensì lo sono le sue creature. Se il male non è "creato da Dio", ma manifestato da esseri dotati di libero arbitrio, il paradosso non è più tale. Per quanto detto nei paragrafi sopra, però, i sostenitori del paradosso non considerano il concetto di "libero arbitrio" come risposta al problema, dal momento che l'onnipotenza è troppo "forte" come principio logico-causale, mentre la condizione di "libertà" di un'altra creatura è vista come contraddittoria.

venerdì 24 settembre 2010

Topi ibernati e risvegliati. Il Prossimo è l’uomo

Riassumendo dal post precedente:
Esistono associazioni in America che conservano il corpo delle persone in cambio di una ingente quantità di denaro. Questa tecnica di conservazione del corpo è chiamata criogenizzazione.
Le persone che usufruiscono di questa tecnica sono i cronauti e confidano che un domani possano essere riportati in vita.  Difficilissimo però che questo loro "sogno" possa realizzarsi, la difficoltà non sta tanto nel curare la malattia che li ha fatti morire, quanto, piuttosto a rimediare ai danni dell'ibernazione. L'ibernazione blocca la putrefazione, ma l'acqua trasformata in ghiaccio danneggia in modo irreparabile il corpo. la criogenizzazione usa l'azoto liquido che dà la possibilita' di mantenere organismi biologici criogenizzati per lungo tempo e senza danni permanenti (testato almeno sugli embrioni).
A livello ipotetico si potrebbe vivere, i danni si' sono comunque permanenti a livello intracellulare, ma chi vende queste macchine costosissime pensa che con le nanotecnologie si potra' ristrutturare i danni da criogenizzazione.

Un ulteriore soluzione che apre nuove strade anche nelle cure mediche di gravi malattie sembra giungere da un recente studio sui topi:


Topi ibernati e risvegliati. Il Prossimo è l’uomoTrovato il metodo per congelare un corpo a comando, senza danni
Lo studio apre la strada a nuove cure per infarto e cancro

L’idea, per quanto ancora lontana, è quella di ibernare i pazienti per curare meglio alcune malattie, un’ipotesi scientifica su cui lavorare per risolvere emergenze mediche.E anche per aiutare gli astronauti del futuro, impiegati in lunghe missioni spaziali, magari verso Marte. Un gruppo di ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, guidati da Mark Roth, sono riusciti a indurre nei topi un sonno profondo grazie a un gas, l’acido solfidrico. Questa sostanza, prodotta normalmente dalle cellule, è tossica, ma a piccole dosi è capace di ridurre il consumo di ossigeno nell’organismo.
IN LETARGO — Animazione sospesa, chiamano gli esperti questa condizione che si verifica in natura quando gli animali, dai rettili ai mammiferi, vanno in letargo. «E’ una situazione — spiega Marco Biggiogera dell’università di Pavia—caratterizzata da una riduzione del metabolismo, della temperatura e del consumo di energia. Che può essere utile ottenere per conservare più a lungo un organo da trapiantare, per esempio, o, in futuro, per proteggere il cuore in caso di infarto o il cervello dopo un ictus. Si tratta di due situazioni in cui l’afflusso di sangue e di ossigeno ai tessuti è diminuito e che trarrebbero giovamento dalla riduzione del metabolismo». I topolini dell’esperimento americano, pubblicato sulla rivista Science, si sono risvegliati dopo sei ore, quando sono stati esposti all’aria fresca, e non hanno riportato danni apparenti ai loro organi. Mentre si trovavano «in letargo», la frequenza del loro respiro si è ridotta da 120 atti a meno di 10 al minuto, la temperatura è scesa da 37 gradi a 11, in funzione della temperatura ambiente. «Ma gli animali che vanno in letargo naturalmente — precisa Manuela Malatesta dell’Università di Urbino — arrivano, se sono piccoli come il ghiro, a temperature di 3-4 gradi centigradi. Quelli più grandi, come l’orso, arrivano fino a 24-26 gradi. I meccanismi che inducono il letargo non sono ancora chiari e sono più di uno. Per esempio esistono enzimi e geni che si attivano o inattivano a seconda della temperatura ». Certi interventi chirurgici sull’uomo, del resto, vengono eseguiti in ipotermia: l’abbassamento della temperatura riduce il consumo di ossigeno e di conseguenza protegge i tessuti che, durante l’operazione, possono non essere sufficientemente irrorati dal sangue.
RIVOLUZIONE—La rivoluzione terapeutica, che si può ipotizzare grazie all’«ibernazione a comando», non riguarderebbe soltanto l’infarto e l’ictus, ma anche la cura dei tumori perché potrebbe permettere al paziente di sopportare dosi elevate di radiazioni o di chemioterapici senza danni per i tessuti sani. Le cellule neoplastiche, infatti, crescono indipendentemente dall’ossigeno e sono più resistenti alle radiazioni rispetto alle cellule sane che non vivono senza ossigeno: se si ibernano queste ultime privandole dell’ossigeno, si rendono meno vulnerabili alla radio o alla chemioterapia. L’obiettivo della ricerca è ora quello di trovare una sostanza capace di indurre l’ibernazione senza effetti collaterali. «Negli animali è stata isolata una sostanza chiamata Hit, capace di indurre ibernazione, spiega Manuela Malatesta. «Noi a Pavia stiamo conducendo esperimenti con il Dadle, una sostanza simile agli oppiacei — precisa Bigioggera che con Manuela Maltesta e Carlo Zancanaro dell’Università di Verona ha redatto per l’Esa, l’Agenzia spaziale europea, un rapporto sui sistemi di ibernazione —. Se riuscissimo a provocare sonno negli astronauti, ridurremmo il loro consumo di energia, evitando di sovraccaricare le navicella con generi alimentari

Forse ci stiamo davvero avvicinando...

lunedì 20 settembre 2010

Ibernazione Umana

Il 12 gennaio 1967 a Los Angeles, California, il primo "paziente" veniva trattato con speciali agenti protettivi e congelato immediatamente dopo la morte, nella speranza che future tecnologie ne permettessero il ritorno in vita ed il ringiovanimento.  Tale procedura è la crionica (a volte chiamata ibernazione, ibernazione umana, criopreservazione, biostasi o sospensione crionica). Essa mette in discussione il concetto tradizionale di morte e i limiti "naturali" della vita. Più specificamente,  la morte è la perdita irreversibile dell'informazione contenuta nel cervello (cioè le nostre memorie e la nostra personalità). Una volta deteriorata la struttura del cervello, l'informazione in essa contenuta è irrimediabilmente persa e con essa ogni traccia della persona definita da tale informazione. Ma se la struttura del cervello fosse mantenuta intatta dopo la morte? Se si potesse prevenire la perdita delle strutture neuronali in cui la nostra personalità e i nostri ricordi sono codificati?  In effetti, tutto ciò è già possibile con la tecnologia odierna, anche se non in maniera perfetta. Alcune centinaia di persone, organizzate in varie organizzazioni, intendono farsi congelare (una volta morti),  nel tentativo di prevenire la perdita irreversibile dell'informazione iscritta nel proprio cervello. Il problema è che, se da una parte è possibile preservare le strutture del cervello con tecniche attuali, non è invece ancora possibile rianimare una persona congelata. Se il progresso scientifico continuerà nella sua marcia, un giorno tale rianimazione potrebbe essere una realtà, così come oggi sono una realtà procedure quali il trapianto di organi e le terapie geniche, che generazioni precedenti avrebbero considerato miracoli (o fantascienza). Ralph Merkle, nel suo articolo "La riparazione a livello molecolare del cervello", così descrive il concetto di morte secondo la teoria dell'informazione: "una  persona è morta, secondo il criterio della teoria dell'informazione, se le sue memorie, personalità, speranze, sogni, etc. sono state distrutte. Questo significa che se le strutture del cervello che codificano la memoria e la personalità sono state danneggiate al punto che non sia possibile riportarle al corretto stato funzionale, allora la persona è morta. Se le strutture che codificano la memoria e la personalità sono invece sufficientemente intatte ed è possibile fare delle deduzioni sulla memoria e sulla personalità in esse codificate, allora il recupero di un appropriato stato funzionale è possibile, almeno in principio e la persona in questione non è morta. " Solo partendo da questi presupposti si può intravedere la logica nascosta dietro un atto, come appunto quello di congelare una persona recentemente deceduta, che sarebbe altrimenti privo di qualsiasi fondamento.

Testimonianza di un Italiano:
L’avvocato Vitto Claut è nato a Montereale Valcellina, vive a Pordenone, ha due studi legali, uno in città e uno a Udine, è single, senza figli («Ma è come se ne avessi cinquanta sparsi per l’Italia, metà carriera l’ho passata facendo adozioni internazionali»), ha 57 anni e vorrebbe viverne almeno altri trecento: «Ma basterebbe anche un giorno in più di quanto ha stabilito il destino». Desiderio legittimo e comune a ogni mortale. Vitto Claut, però - sarà per deformazione professionale - i desideri tende a trasformarli in fatti concreti. È per questo che ha firmato un contratto con l’Alcor Life Extension Foundation di Scottsdale, Arizona - il più importante centro di criogenesi del mondo - per essere ibernato dopo la morte.
È il primo italiano a farlo, e l’unico finora. Ed è talmente entusiasta, che è già proiettato nella fase successiva del progetto: creare anche in Italia un istituto per l’«estensione della vita», tre parole magiche che riecheggiano in decine di romanzi, film e fumetti: «Mi piacerebbe trovare un imprenditore che lavori con me per creare un centro come quello americano. Perché? Per dare una speranza in più alle persone». Speranza: la parola chiave. «Tutto è iniziato circa sette  anni fa, quando venni a sapere dell’esistenza negli Stati Uniti di un istituto dove i corpi delle persone vengono portati a temperature che arrestano il decadimento fisico fino a che la scienza riuscirà a riportarli in vita. Una speranza in più per l’umanità, insomma. “Devo andare là e capire come funziona”, mi dico».
E così, nell’estate del 2003 l’avvocato Vitto Claut vola in Arizona e si ferma una settimana alla Alcor per un sopralluogo: «Molto gentili, mi hanno spiegato le procedure, i termini del contratto e fatto visitare il centro: in quel momento si trovavano ibernate sessanta persone, oggi sono più di cento, tra i quali personaggi famosi: lo psicologo James Bedford, il primo uomo a essere criogenizzato, nel ’67, e poi senatori, industriali, il campione di baseball Ted Williams...».
L’avvocato Vitto Claut, non ha mai amato i romanzi o film di fantascienza - «semmai i western» -, ha girato 160 Paesi, dal Cile all’Australia, un po’ per necessità («Facevo la guida turistica per pagarmi gli studi»), un po’ per lavoro («Come avvocato per anni ho accompagnato all’estero le famiglie che adottavano bambini») e soprattutto, da buon avvocato, è un tipo molto scrupoloso: «Mi sono preso un anno per decidere. Ho voluto sapere tutto, studiarmi ogni clausola del contratto, capire le conseguenze giuridiche per quanto riguarda i beni personali in Italia, che andranno ai miei eredi mentre io semplicemente pago una rata annuale perché la Alcor dopo morto mi tenga ibernato nei suoi laboratori fino a quando si troverà il metodo di riportarmi in vita. Quando mi è stato tutto chiaro, sono tornato in America e ho firmato. Naturalmente dopo aver fatto tutte le visite mediche di rito, per via dell’assicurazione».
Assicurazione, esatto. Perché la Alcor non accetta clienti affetti da Aids, o malati terminali o comunque con una prospettiva di vita troppo breve. Perché la Fondazione possa disporre del denaro necessario a mantenersi, occorre che i soci paghino, da vivi, un certo numero di quote. «La Alcor non è una società, ma un’associazione senza scopo di lucro. Se muoio prima, smetto di pagare e godo comunque del servizio di ibernazione. Se invece precipito con l’aereo e il mio corpo è irrecuperabile, allora niente criogenesi e la Fondazione si tiene tutto quello che ho già versato usandolo per la ricerca. Ogni anno si paga una rata di 3600 dollari, fino a un totale di 175mila dollari che è il costo complessivo per il mantenimento del corpo ibernato all’interno del centro. Per la testa soltanto, un po’ meno». Questo è più difficile da immaginare, ma la Alcor, che non per nulla è stata inventata da americani, notoriamente gente pragmatica, oltre al servizio di «criogenesi totale», offre anche la possibilità (a prezzi decisamente più contenuti: 80mila dollari) della «neurosospensione». A essere ibernata cioè è solo la testa, l’unico organo, a pensarci bene, davvero insostituibile, perché quando ci si risveglierà – se
ci si risveglierà - la scienza avrà trovato il modo di innestare il cervello in un nuovo corpo.
A oggi, sono già un centinaio i «pazienti» conservati sotto zero all’interno della Alcor in attesa di risorgere e circa 800 le persone in lista di attesa per essere sottoposte al trattamento al momento della loro morte. Per farlo, però, hanno solo sei ore di tempo. «Il processo di ibernazione deve iniziare subito, nel giro di poche ore. E se io muoio in Italia? Addio criogenesi, ho fatto tutto per nulla. È per questo, capisce, che è importante aprire un centro anche qui da noi. Comunque, se invece mi viene diagnosticata una malattia “controllabile”, quando sono al limite mi trasferisco in Arizona in un ospedale convenzionato con la Fondazione e rimango lì in attesa...». In attesa del trapasso, della certificazione medica di morte avvenuta, poi della sostituzione del sangue con glicerina, del raffreddamento progressivo del corpo, infine dell’incapsulamento, avvolto in un foglio metallico e a testa in giù («Dicono serva a conservare meglio il cervello») in un contenitore blindato che viene portato a 200 gradi sotto zero. «Li ho visti. Sono dei contenitori di acciaio alti cinque metri, sembrano dei barilot, così li chiamiamo in friulano. L’istituto, invece, più che un ospedale sembra un’università: un edificio basso, molto grande, con sale conferenze, laboratori, uffici...».
Vitto Claut, detto per inciso, da anni sovvenziona un istituto per bambini sordo-muti in Congo, a Brazzaville, città fondata nel 1880 da un suo compaesano, Pietro Savorgnan di Brazzà. È per loro che ogni settimana gioca all’Enalotto: spera di vincere la somma necessaria per ingrandire l’ospedale. «Capisce adesso perché mi faccio ibernare? È come fare la schedina. Anche se ho una sola possibilità su un miliardo di essere riportato in vita, io me la gioco. Sono fatto così».
La madre, 85 anni e una fede di ferro, dice semplicemente che è matto, ma lo dice ridendo. «Mamma è cattolicissima, io invece sono... non voglio dire ateo, ma indifferente all’altra vita. Credo solo in questa, che mi piace troppo peraltro. È la ragione per la quale voglio provare a viverne un altro pezzo tra un paio di secoli. Anche solo un giorno, o un mese chissà. Cosa farò se riescono a riportarmi in vita nel futuro? Bella domanda... Tutto quello che non sono riuscito a fare nel passato. E se l’uomo sarà andato su Marte, andrò a farmi un bel viaggio».   

domenica 19 settembre 2010

Il Paradosso dell' Onnipotenza

Il paradosso dell'onnipotenza è un noto paradosso teologico e filosofico formulato in diverse forme: si chiede se un ente onnipotente possa creare un oggetto (un masso inamovibile, una costruzione indistruttibile) dotato di una caratteristica tale da mettere in crisi la sua stessa onnipotenza.

La risposta che se ne ricava è la non esistenza dell'onnipotenza (si tratta quindi di un paradosso negativo o logico) perché se l'ente non è in grado di creare tale oggetto non sarebbe onnipotente, mentre se lo creasse avrebbe creato un qualcosa che di fatto limita la sua onnipotenza sconfessandola come tale; nel corso dei secoli sono state date diverse risposte e confutazioni.
Per la consistenza logica, non può esistere nello stesso universo un oggetto inamovibile ed una forza irresistibile. Ovvero nella stessa "struttura logica" non possono essere vere contemporaneamente una certa affermazione (A) e la sua negazione (non A).


Possibili confutazioni:
Seguendo l'indicazione di Cartesio, Dio può creare qualcosa che non può spostare e, nonostante tutto, spostarla. In realtà si comprende bene, che questa non è veramente una risposta, dal momento che se si rinuncia alla logica non ha neanche senso parlare di paradossi, consistenza o verità.
Una semplice confutazione consiste nell'osservare che se l'agire di Dio dovesse obbedire alle leggi della logica, dio non sarebbe "onnipotente". Dio quindi è al di sopra della logica stessa e non si possono applicare le "misure" della logica umana alla sua natura; questo ragionamento che sposta il concetto di Dio definitivamente oltre la logica però, se esteso, lo rende anche un oggetto totalmente insondabile dalla ragione umana e quindi anche da qualunque pretesa di voler parlare di esso in termini oggettivi e quindi validi per tutti gli uomini.
Dio potrebbe limitarsi a non creare ciò che poi non può spostare, così il paradosso anziché essere risolto verrebbe semplicemente aggirato. In effetti il fatto di essere onnipotenti significa poter fare ciò che si vuole e non necessariamente doverlo fare.
Se si pensa all'onnipotenza come alla possibilità di fare tutto ciò che è voluto, visto che Dio può non voler compiere certi atti, un Dio che sceglie di non andare contro la logica è comunque onnipotente.
Un'altra possibile confutazione è che il dilemma si fonda su un concetto traviato di onnipotenza: se a Dio manca il potere di autodistruggersi allora non è onnipotente. Però il potere di autodistruggersi non è veramente un potere ma quasi una debolezza quindi si ricade di nuovo nella definizione di Dio per cui dato che Dio non ha debolezze non ha nemmeno il potere di autodistruggersi come nemmeno quello di rinnegare se stesso. Questo non è un di meno quindi ma anzi è prova maggiore di onnipotenza. Se però il paradosso non fosse menomativo ma accrescitivo ricadremmo comunque nello stesso assurdo. Infatti può Dio creare un altro Dio suo pari? Questa domanda andrebbe contro il presupposto che Dio è eterno e che è unico.

venerdì 17 settembre 2010

Un mistero per i medici: un uomo sopravvive senza cibo e acqua da 74 anni

Si tratta di un asceta indiano: è l’uomo di 82 anni, che da 74 (cioè da quando di anni ne aveva 8),  sopravvive senza cibo e acqua. E’ attualmente in ospedale per essere sottoposto a dei controlli
L’uomo che sopravvive da 74 anni senza cibo e acqua si chiama Prahlad Jani ed è attualmente ricoverato in un ospedale dello stato del Gujrat: non perché stia male, ma per essere “studiato” da uno staff di medici, che cercheranno di scoprire come fa un uomo a resistere tanto a lungo senza cibo e senza acqua.
Lo staff di medici appartiene al Defence Institute of Physiologist and Allied Science (Dipas), un centro di ricerca della difesa; a detta dell’asceta indiano, sarebbe la sua tecnica di meditazione yoga a fornirgli la resistenza necessaria.
Prahlad Jani era già stato sottoposto ad una serie di studi da un altro staff di medici nel 2003, ma non si era approdati ad alcun risultato: sembrerebbe che l’asceta indiano, dicono, “sia capace di produrre urina nella sua vescica e poi in base alla sua volontà di rimandarla in circolo”.

giovedì 16 settembre 2010

Il sisma del 1908 cambiò il Dna dei siciliani

La scossa che distrusse Messina provocò una fuoriuscita di radon e modificò il codice genetico
Le ampiezze dei tracciati del terremoto sono così grandi che non sono entrate nei cilindri dei sismografi. Da qualche parte sta succedendo qualcosa di grave». La «parte» che gli addetti dell'osservatorio ximeniano di Firenze non riescono in prima battuta a identificare era Messina, epicentro della madre delle catastrofi del XX secolo. Alle 5,41 del 28 dicembre 1908 il terremoto fa crollare il 90% dei palazzi, seppellisce 80 mila dei 140 mila abitanti, provoca uno tsunami che con tre onde successive alte più di dodici metri inghiotte i poveretti che avevano cercato scampo sul mare. Ma innesca anche - liberando grandi quantità di gas radon - una modifica del Dna che caratterizza ancora, dopo generazioni, la popolazione vicina allo Stretto.

Questa l'ipotesi di un pool di esperti siciliani capitanati dall'ematologo Calogero Ciaccio, il fondatore della Banca del cordone ombelicale di Sciacca dalla quale sono passati dal 1999 al 2006 diecimila codici genetici di donatori di midollo e di sangue. Una scoperta destinata a innescare un nuovo dibattito su Darwin nella comunità scientifica internazionale. E che porta lontano, alla storia del collo lungo delle giraffe. Serve a raggiungere gli alberi per mangiare, d'accordo. Ma che cosa ha determinato questa caratteristica? La grande roulette del Dna che ha tirato fuori a caso un gene che si è rivelato competitivo e si è affermato? Oppure proprio quelle fronde così alte? Se il padre dell'evoluzionismo sosteneva che le mutazioni delle specie sono spontanee (e che, se vantaggiose, vengono selezionate per il futuro), questo studio teorizza invece che è l'ambiente a influenzare direttamente i geni, e in particolare un sistema del Dna che si chiama HLA. Nei siciliani e nei calabresi dello Stretto è più frequente la molecola DR11, con percentuali sovrapponibili alla forza delle onde sismiche di un secolo fa: si trova nel 54% della popolazione di Messina, nel 44 di quella di Caltanissetta - nel cuore della Sicilia - e solo nel 38% di quella di Trapani, al capo opposto dell'isola. Dati che hanno fatto accendere la lampadina all'équipe di studiosi.

E che li hanno fatti saltare dalla sedia quando hanno scoperto che nell'Italia peninsulare si riproduceva esattamente la stessa situazione: molecola molto presente nelle città vicine allo Stretto, sempre meno via via che si risale lo Stivale: 56 per cento a Reggio, 44 a Vibo Valentia e 38 a Cosenza. Tutto quadrava per sostenere che Scilla e Cariddi erano state l'epicentro di un piccolo terremoto genetico. Ma dovuto a che cosa? Dominazioni straniere, incursioni, flussi migratori, epidemie? Le riunioni con storici e studiosi locali hanno escluso qualsiasi spiegazione che avesse un capo e una coda. Sul tavolo è rimasto il disastro di Messina, dodicesimo grado della scala Mercalli, 7,2 di quella Richter, un cataclisma che seppellì più di mezza città: gli aristocratici e i borghesi che poche ore prima avevano celebrato il rito laico della prima dell'Aida al teatro lirico (restò sotto le macerie anche il tenore-Radames) e il popolo che aveva festeggiato Santa Lucia.

Solo un'ipotesi, agli inizi timida e trepidante. Poi sempre più rafforzata dalle controprove. A partire dalla misurazione della radioattività in Sicilia e in Calabria, il cui livello è perfettamente sovrapponibile alla presenza del DR11: più è alta, più è diffusa la molecola nel Dna della popolazione. Per finire con la scoperta della bassa incidenza del tumore al polmone negli abitanti dello Stretto rispetto al resto della Sicilia e della Calabria, nonostante l'alta percentuale di radon, che è la seconda causa di insorgenza della malattia dopo il fumo. La mutazione genetica sarebbe insomma una risposta della natura per proteggere la popolazione dagli effetti del gas.
Una difesa che risparmia la vita, ancora oggi, a duecento persone ogni anno, e che ha una memoria lunga: a dispetto delle leggi di Mendel sulla trasmissione dei caratteri ereditari, da coppie con un solo partner portatore del Dna "terremotato" sono nati il 75 per cento dei figli con la stessa caratteristica e non il 50. A questo punto manca la prova del nove. Cioè il test genetico sulle vittime del sisma. I carabinieri del Ris di Messina hanno già esumato cento scheletri dalle chiese. Se la particella «protettiva» non è frequente come oggi, sarà sicuro che è stato il terremoto a indurre il cambiamento. E parte della genetica, probabilmente, dovrà essere riscritta.